rogetto di Nicola Tartaglione, Testo di Giuseppe Grazzini, Fotografie di Robert Emmett Bright e Alessandro De Crignis.
AD, Rivista Internazionale di Arredamento Design Architettura, numero 240 - maggio 2001.
Dietro il sipario dell'antico
L'affascinante residenza che l'architetto Nicola Tartaglione ha appena arredato nel centro storico di Caserta continua una ricerca sulla funzionalità cominciata ancora nel 1998 con l'appartamento che gli era stato commissionato da Christiane Filangieri Gonzaga, una top-model a cui interessava soprattutto di avere, tra l'ultimo atterraggio e il prossimo decollo, un pied-à-terre il più vicino possibile all'aereoporto di quella città. Tale essendo la domanda, la risposta poteva essere altrettanto semplice, riguardando soltanto la funzione: dunque grandi armadi per i molti vestiti, comodo bagno per dimenticare i fusi orari, e frigo pieno per qualsiasi evenienza.
E anche in questa nuova casa l'architetto ha cercato di realizzare un'abitazione per prima cosa funzionale, in grado quindi di conciliare il passato, il presente e magari il futuro. "Conciliare", dice l'architetto, "sa di compromesso, non rende l'idea. Non si tratta infatti di spartire superfici e volumi tra pezzi d'alto antiquariato e invenzioni del design sperimentale, quanto di recuperare l'atmosfera di un'epoca con rispetto, ma anche senza perdere il senso della realtà".
Qui la dichiarazione di gioco è immediata, appena si entra nell'ingresso al pianterreno di un edificio di questa città, nata ai piedi di una torre da dove i nobili Caetani d'Aragona principi di Acquaviva dominavano i propri feudi, ma poco dopo sconvolta dalla presenza (e dalla prepotenza) della reggia borbonica. L'impressione, infatti, è che l'orologio del tempo si sia fermato almeno due secoli fa, soffocato dalle enormi frange scure delle tende che dalla prima porta rimandano a quelle di una seconda: tende altrettanto ricche nel drappeggio ma più chiare e festose. L'impatto con questa scenografia è forte. Ma quando ci si riprende si osserva che all'arredatore non interessava affatto un revival da Piccolo mondo antico, quanto un raffinato rapporto di colori - soprattutto il nero, il beige e l'avorio - che ha giocato dal pavimento al soffitto, ai rivestimenti, alle luci, alle sculture, ai quadri incorniciati: si direbbe in ebano, mentre il legno è di faggio ebanizzato, in contrasto con le candide borchie angolari disegnate e stampate in scagliola, su misura. Anche dentro queste cornici il discorso del libero recupero continua felicemente. Perché se ne osservano i soggetti e alcuni sembrano biscuit originali di Bertel Thorvaldsen, mentre non sono che copie in scagliola: perfette, ma sempre copie. Come altre, tratte dalle scene neoclassiche della collezione Aldobrandini.
"Il tempo passa", riprende l'architetto, "e sarebbe sciocco dimenticarlo. Così non avrebbe senso pretendere che un oggetto del passato possa forzare le frontiere del presente: una torciera in ferro battuto stile Rinascimento, per esempio, con una lampadina elettrica in cima a una candela di cartone con le finte lacrime di cera, a me fa soltanto tristezza".
Dall'ingresso, sulla destra, una scala di cinque gradini conduce alla sala da pranzo, mentre, a sinistra, si entra in un fastoso ambiente dominato dai caldi toni del rosso e da due nudi classici. Uno è quello della Venere dei Medici, ovviamente una copia in scagliola (la stessa Venere, ma scolpita in legno, era nel pied-à-terre dell'aereoporto), l'altro è una Cleopatra. L'originale, questa volta, è un olio su tela di un anonimo pittore di corte, databile alla seconda metà del XVII secolo. Ma l'antiquariato non c'entra. Stampe, schizzi e documenti rintracciati nell'archivio storico di Napoli attestano infatti che nel volto di questa Cleopatra morente l'artista ha ritratto quello di un'antenata di Elisabetta Farnese, madre di re Carlo III di Borbone. L?antenata, andata in sposa a un Savoia, si tolse la vita dopo che era stata abbandonata dal marito. E dal tragico accadimento il nome dato all'ambiente: il Salotto rosso della emotività.
Si passa quindi in una sala che viene chiamata "buia", perché senza finestre, che conduce alla stanza da pranzo, alla cucina e a una scala con cui si raggiungono le camere da letto e i servizi del piano superiore, mentre un'altra scala discende in un giardino ridisegnato sull'elegante modello dell'orangerie.
Il percorso è così naturalmente armonioso che vien fatto di pensare a una ragionata ristrutturazione di questi ambienti progettati in tempi troppo lontani da noi: ma l'architetto dice di aver dovuto operare soltanto due interventi. "Semplicemente due 'occhi'", spiega, "aperti sopra le porte della sala 'buia' per dare luce agli ambienti e soprattutto per creare una buona acustica nella stanza, dove infatti si ascolta musica". Perché il proprietario della casa, così piantato nel presente, adora la musica barocca. La maggiore - Monteverdi, Scarlatti, Corelli - ma anche la minore, Caresana, Latilla, Leonardo Leo, quelli che avrebbero aperto la strada all'opera italiana.